MILANO – “Con la penetrazione anale, si rischia di rimanere incinta?” chiede una studentessa di seconda superiore durante l’ora di educazione sessuale. “Perché alcuni ragazzi hanno il pene storto?” alza la mano il suo compagno di banco. “La sostanza che esce al maschio quando si eccita, se la ingoi può fare male?” domanda un altro. Il sessuologo dell’Asl ha risposte per tutti. In classe si parla della paura della prima volta, dell’importanza dei preliminari e di come si scopre di essere omosessuali. Con spontaneità e senza inibizioni.
Il metodo però, dà la stura a una selva di polemiche e promette di diventare un caso. "Linguaggio troppo crudo, addirittura pornografico" accusano molti genitori, dopo essere venuti a conoscenza di cosa i figli imparano a scuola. A Milano, dove i corsi di educazione sessuale nelle classi delle medie superiori (che ne hanno fatto richiesta) stanno informando i ragazzi dei "casi nei quali si può trasmettere l'Aids col petting" o se è possibile che "una donna finisca al pronto soccorso con un wurstel nella vagina", gridano allo scandalo, promettendo denunce.
Una posizione, che aumenta lo scontro generazionale. A scuola infatti, la lezione, sembra piacere: “Forse mia madre preferirebbe che non sapessi cos’è il sesso orale e che arrivassi illibata fino al matrimonio – commenta Ilaria, 16 anni appena compiuti – ma a scuola non ci basta sapere come sono fatti l’apparato riproduttivo maschile e femminile. E’ meglio parlare delle situazioni che ci riguardano da vicino, anche se molti della mia classe non hanno mai avuto un’esperienza completa”.
Una studentessa dell’istituto Agnesi commenta. “Ammetto che affrontare certi argomenti con i miei compagni all’inizio mi ha creato un po’ di imbarazzo. Ma è importante parlarne. E poi se ne discute ovunque, sui giornali e in tv. Perché mai non dovremmo farlo noi in classe”
Qualcuno definisce l’ora di educazione sessuale “a luci rosse” e punta il dito contro i medici dell’Asl. Ma l’azienda sanitaria si scagiona: “Il nostro è un metodo collaudato da anni– spiega il direttore generale Salvatore Tagliata -. Ci sembra molto meglio affrontare l’educazione sessuale partendo dalle domande dei ragazzi anziché tenere la solita lezione frontale che suona tanto come predica ed è poco produttiva. Parliamo con i giovani e quindi utilizziamo il loro linguaggio”.
Di fatto, gli specialisti inviati dall'Asl, non si fanno pregare, e non usano giri di parole. Anzi, mettono tutto nero su bianco su enormi cartelloni colorati (clicca sulla foto per ingrandirla): "Un wurstel nella vagina? E' possibile, potrebbe essersi rotto dentro e non si riuscirebbe più a tirarlo fuori". "Il sesso orale non può trasmettere l'Aids se non ci sono tagli in bocca. E se deglutisci nemmeno".
Informazioni che i ragazzi girano a casa, davanti alle tavole imbandite per il pranzo, facendo letteralmente inviperire i propri, spesso imbarazzati, genitori.
I corsi di educazione sessuale però si tengono in circa sessanta istituti, tra scuole elementari, medie e superiori. Consistono in tre incontri insieme a due esperti: uno per affrontare le problematiche sanitarie, l’altro per discutere dei risvolti psicologici e sociali del sesso.
La decisione di attuare lezioni di sesso in aula viene presa dal dirigente scolastico e dal consiglio d’istituto, a cui appartiene anche una rappresentanza di genitori. E prima di conoscere gli studenti, i medici dell’Asl informano sul metodo che intendono utilizzare. Ovviamente l’approccio si differenzia in base all’età degli alunni. Il metodo in questione, che riguarda gli alunni delle medie superiori, fa gridare allo scandalo i genitori, ma piace invece ai ragazzi. Su 5532 questionari distribuiti nelle scuole dall’Asl, risulta che quasi il 90 per cento degli studenti ha trovato “molto utili” le lezioni.
Eppure, la protesta dei "senior" ha trovato immediatamente voce a livello istituzionale. Il consigliere regionale Silvia Ferretto di Alleanza nazionale e l’Osservatorio dei diritti dei minori contestano il metodo, giudicandolo un po’ troppo sciolto: “Preferiremmo che venisse usato un linguaggio più scientifico, soprattutto perché a 15 anni i ragazzi sono poco più che bambini”.
I genitori hanno chiesto ispezioni nelle scuole al direttore scolastico regionale Mario Giacomo Dutto, che deciderà nei prossimi giorni il da farsi.
|