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SENSO VIETATO PER BRASS

«Sono amareggiato, mortificato e offeso». Povero Tinto Brass! Al re dell’erotismo italiano quel divieto ai minori di 18 anni per il suo “Senso ‘45” non va proprio giù. La sua ultima fatica è ispirata all’omonimo racconto di Camillo Boito, dal quale già nel ‘54 Luchino Visconti trasse una celebre pellicola. «Questo però non è un remake di quel film», sottolinea il regista de “La chiave” e “Salon Kitty” alla presentazione romana del film.

In effetti, chi questo film lo ha visto non può cadere in tale errore. Interpretato da Anna Galiena e Gabriel Garko, “Senso ‘45” si svolge tutto in una giornata, tra il 24 e il 25 marzo 1945. Livia Mazzoni (Galiena), avvenente moglie di un alto papavero del Minculpop, durante un viaggio in macchina rivive la passione per l’aitante tenente delle SS Helmut Schultz (Garko). Non siamo dunque nel Risorgimento né a Verona, ma agli ultimi giorni della guerra mondiale, in una Venezia occupata dai nazisti.

Ma perché mai una pellicola, definita perfino di “interesse culturale nazionale” con tanto di acccesso al credito agevolato per più di cinque miliardi (anche se il produttore Giuseppe Colombo qualche mese fa protestò perchè, a film praticamente finito, i soldi non si erano ancora visti), è incapppata in un divieto così brutale? Perché mai un film con tanto di ambientazione storica non potrà essere visto da un quindicenne? Un’idea Brass ce l’ha: il “bersaglio” dei censori è quella scena orgiastica di dodici minuti tanto annunciata durante le riprese.

Siamo ad una festa, in una ricca casa veneziana. E tra trenini, avvicinamenti multipli, giochini con le piume, falli giganti e un'orchestrina di donne nude, arriva anche il rapporto a tre di Livia, contesa tra Schultz e una sua amante. «Se la scena incriminata è questa, perché “Eyes Wide Shut” di Stanley Kubrick, con un’orgia molto più lunga della mia, è stato vietato solo ai minori di 14 anni?», si chiede Brass. «Probabilmente lui si è salvato perché ha proposto un erotismo funereo e triste, mentre io vengo punito perché ne do' una visione beffarda».

Modestia di Brass a parte, di materiale per i censori ce n’è a iosa, per giuntasottolineato con una colonna sonora firmata da Ennio Morricone. Complice una disinibitissima Galiena, che si professa «innamorata del suo personaggio, perché Brass ha trasformato la cinica Livia di Boito in una donna appassionata», il film è generoso di incontri e amplessi consumati un po’ ovunque, di nuotate senza veli nel mare (di Garko e della Galiena) e di inquadrature che nulla lasciano all’immaginazione. «Questa è la storia di una donna borghese di mezz’età che sente il richiamo violento della passione e rompe tutte le sue barriere», spiega il regista. «Livia ha il coraggio di andare fino in fondo, rinnegando e punendo, fino a che non verrà a sua volta rinnegata e punita. Il sesso è in funzione della deriva passionale dei due protagonisti». E ricordando che la pellicola è in corsa per la selezione del Festival di Cannes, Brass aggiunge: «Questo è un film erotico, ma anche molto di più. È il racconto della fine di un’epoca; della dissoluzione che si viveva nel passaggio dal fascismo alla democrazia; di una Venezia diventata la Mecca del cinema dopo il trasferimento degli studi di Cinecittà; e del cinico trasformismo che è una costante delle nostre classi dirigenti. Ed è pieno di cultura e di mille citazioni».

Già, come non riconoscere, tanto per citarne una, la scena madre di “Roma citta aperta” in cui una donna viene barbaramente uccisa mentre insegue il marito portato via dalle SS? Che poi al centro dell’inquadratura ci siano le gambe scoperte del cadavere con tanto di “belvedere” in mostra è una scelta stilistica. «Sono stato assistente di Rossellini per tanti anni – ricorda Brass – La prima cosa che mi disse fu: “metti la macchina da presa dove ti pare”. E a me piaceva lì, anzi son convinto che ce l’avrebbe messa anche Rossellini, si è solo dimenticato». Insomma, ingiusti censori che non hanno capito il film? Brass teme pregiudizi nei suoi confronti e forse ha ragione. Ma per dovere di cronaca bisogna dire che alla proiezione per la stampa del film non era imbarazzo quello che si respirava, bensì sonore risate per la sceneggiatura. Come non cedere infatti al riso vedendo la Galiena, donna affascinante ma matura, che saltella gioiosa come una bimba all’idea dei mille avviluppamenti ai quali la sottoporrà il suo amato? E cosa dire della sua descrizione, con voce fuori campo, del biondo tenente: «Era forte, bello, perverso e vile. Mi piacque»? L’apice lo ragguinge poi quando, spiando con un binocolo la servetta appartata nel bosco con un fattore, si definisce in ansia come "una ninfomane in gabbia".

Le mamelingue potrebbero azzardare che siano queste battute a giustificare la censura, ma Brass sostiene le sue scelte. «Volevo costruire un melò – dice – Il linguaggio da romanzo d’apppendice, un po’ alla “Grand Hotel”, mi serviva a sottolineare, nel contrasto, la drammaticità delle vicende raccontate». Gli fa eco la Galiena: «Livia è una donna che si annoia e sogna un uomo che la prenda, la sbatta… Sì, ha la mentalità da zerbino che in fondo accomuna tutte noi». Per lei, nessun’imbarazzo a girare tante scene svestita; una sola volta ha chiesto una controfigura (molto riconoscibile), quando, completamente nuda, doveva correre sulla spiaggia, perché, dice, «c’erano troppi curiosi».

E se in molti si chiedono perché un’attrice come lei abbia accettato una parte simile, lei risponde che il personaggio era meraviglioso «tormentato, ossessionato, sempre sul filo del rasoio». E il regista la loda: «Per me il fondoschiena è lo specchio dell’anima – dice – ma questa volta ho dovuto cercare altro, perché mi serviva un’interprete di spessore per Livia, una vera diva come Anna». Forse siamo noi a non aver capito il film. Forse ha ragione Brass quando dice: «L’ossessione non è la mia, ma di quelli che hanno una visione sessuofobica dei miei film». Speriamo che i francesi ci illuminino.

Nelle sale dal 12 aprile

L'Espresso    

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