Belle, supersexy, provocanti e griffatissime. L'immagine che appare dalle copertine di "Rolling Stone" e "Vanity Fair" per celebrare una nuova ondata di donne che si stanno affermando nel rock, non lascia scampo. Sembra che le Riott Girrrl non siano mai esistite. Che dalla rivoluzione femminista del rock anni '70 e '80 si sia piombati in piena contro rivoluzione senza accorgersene. Niente sfugge alle regole di un marketing che ha fatto dell'apparenza e del glamour la principale sostanza.
Perfino il jazz, fino a ieri considerato l'ultimo baluardo di un certo rigore musicale, è travolto dalla carica delle Diana Krall, delle Norah Jones (figlia di Ravi Shankar): creature di splendido aspetto e dotate di una voce più che discreta, ma pompate da una industria discografica a corto di talenti, quasi fossero nuove Billie Holiday. Dimenticando che, con l'aria che tira, una come la Signora del Blues probabilmente non avrebbe superato l'esame-copertina di "Vanity Fair". Così come non ce l'avrebbero fatta Bessie Smith o Janis Joplin, le due voci più sexy e fantastiche del Novecento, ma lontane fisicamente anni luce dallo stile "velina" delle dive di Mtv. Un segno dei tempi?
A dare l'allarme è Mary J. Blige, la regina dell'hip hop soul: «A tutte noi piace essere sexy, carine e metterci in mostra. Ma ci sono anche tante musiciste di talento a cui non piace. E che per questo vengono emarginate. Secondo me non è giusto e mi meraviglia che questo mondo funzioni ancora così». Trentuno anni e con cinque album al suo attivo, tra cui l'ultimo "No More Drama", giudicato un piccolo capolavoro, la Blige non è certo una di quelle bellezze a cui difetta il talento. Una voce come la sua, capace di mettere a nudo l'anima, fondendo le cadenze dell'hip hop con i colori caldi del classico R&B, non si scorda facilmente. E per di più ha grinta e personalità sufficienti per stare in piedi da sé. Infatti ha fatto scuola.
Ma che dire di Britney Spears e di Shakira, dell'ultima diva del nu-soul Ashanti o della punk-skater canadese Avril Lavigne, fotografate assieme a Mary J. sulla copertina di "Rolling Stone"? Ciascuna di loro, spiega l'editoriale, ha lottato per abbattere i pregiudizi e le barriere con cui un'artista donna, a turno, si trova a fare i conti. «Immaginiamo le terribili difficoltà che ha dovuto affrontare Britney Spears per realizzare il suo nuovo singolo, "I love Rock'n'Roll" di Joan Jett and the Blackhearts, versione karaoke», è stato il sarcastico commento del critico del "Guardian", Colin Paterson.
La verità è un'altra. E cioè che dopo Madonna, la prima popstar a capire vent'anni fa il nuovo ruolo dell'immagine nell'era di Mtv, tutto è cambiato. Nessuna delle attuali epigoni della Material Girl ha il suo talento, né la prorompente personalità. Ma la consapevolezza che la musica pop, attraverso le sue icone veicola non solo canzonette, ma stili, tendenze, mode e soprattutto un merchandising potenzialmente miliardario, quella appartiene al codice genetico di ogni aspirante popstar. Non solo: è una necessità vitale dell'industria musicale. «Un indotto assai complesso e ramificato», spiega Luca De Gennaro, responsabile Talent & Music di Mtv, «che ha bisogno di tener sempre occupate tutte le nicchie di mercato con delle icone appropriate».
Chi l'avrebbe detto, solo qualche anno fa, che la voglia di apparire sexy e provocanti come pesche al caramello avrebbe contagiato anche le ruspanti cantanti country? Invece è bastato un opportuno restyling ed eccoti Shania Twain e Faith Hill, le nuove sex-symbol del country (dance) che spopolano su Mtv. E dove si è perso lo stampo, si può sempre inventare un clone che riempia la casella mancante. Non importa se la ragazza non è all'altezza dell'originale. L'importante è che sia sexy e carina quanto basta. E abbastanza furba da interpretare il modello di ruolo secondo copione. Ecco allora Shakira "la Madonna latina"; la bella Ashanti, scoperta dal producer hip hop Irv Gotti, che diventa "la nuova Janet Jackson" e così via, fino a Christina Aguilera talmente immedesimata nel ruolo di "Britney Spear ispanica" da affrontare, in parallelo all'originale, un audace percorso di emancipazione in sintonia con i gusti di un pubblico più adulto. E in "Dirty", il suo ultimo videoclip, si mostra mezza nuda mentre danza su un ring circondata da vogliosi boxeur thailandesi.
Del resto, prosegue De Gennaro, «l'assalto delle donne al cielo della pop music è un fenomeno ciclico». Cinque anni fa, sempre "Rolling Stone" dedicò un numero speciale alle nuove protagoniste della scena rock-pop. Vi figuravano star come Sinead O'Connor e Courtney Love, Me'Shel Ndegéocello e Jewel, la cantante dei Garbage, Shirley Manson e Tori Amos. Donne forti e di talento, ognuna a suo modo ribelle e capace di esprimere il proprio mondo con un linguaggio musicale elaborato e originale. Soprattutto decisamente meno condizionate da quello stereotipo glamour, sexy e modaiolo al quale sembrano essersi uniformate le attuali regine del pop. Donne che davano ancora la romantica impressione di preferire una vita da artiste libere, piuttosto che incarnare un modello di successo.
La foto di gruppo di "Vanity Fair", scattata da Annie Leibovitz, in un certo senso amplifica questa contraddizione. Sullo sfondo la strada di un sobborgo di New York, buia e degradata e, in primo piano, illuminate dai riflettori nove popstar americane tirate a lucido e in grande spolvero. Da Gwen Stefani, la spiritosa cantante dei No-Doubt, all'avvenente Jennifer Lopez, dalla pantera del gagsta Eve (che ha tanto di zampette feline tatuate sui seni) alla regina del country-rock Sheryl Crow.
Ognuna veste un capo firmato e la didascalia riporta, come si usa nelle riviste di moda, l'indicazione di "chi veste chi". Non è una novità: da tempo gli stilisti hanno scoperto che moda e rock vanno bene a braccetto. «Il riscontro pubblicitario più importante lo abbiamo avuto con Madonna. È stata la nostra prima cliente nel mondo della musica pop», ricorda lo stilista Stefano Gabbana: «Poi ne sono seguite molte altre: Kilye Minogue, Mary J. Blige... Sono sempre stato attratto dalla musica pop e credo che il messaggio che può dare una popstar, tra videoclip, concerti e presenza sui media, sia molto più forte e incisivo di quello di una star del cinema».
Lo sa bene Jennifer Lopez. Finché ha fatto solo l'attrice, si parlava soprattutto del suo glorioso e super-assicurato sedere. Da quando si è messa a cantare, la sua vita è cambiata. Non solo "J.Lo", il suo album uscito nel 2001, ha venduto svariati milioni di copie. Jennifer ha una sua linea di abbigliamento, firma un profumo ed è proprietaria di un ristorante alla moda. Il suo nome figura nella classifica delle 50 persone più potenti del music business stilata dal mensile inglese "Q". Assieme a quello di Beyoncé delle Destiny's Child, di Shakira, di Britney Spears e della cantante australiana tutto pepe Kilye Minogue. Per la cronaca, Madonna, in questa classifica, figura solo al 32mo posto.
E le nuovissime leve? C'è da scommetterci che seguiranno l'esempio delle più affermate apripista. A cominciare da Avril Lavigne, 17enne canadese che qualcuno ha definito un ibrido tra Dido e i Linkin Park. La sua voce cristallina, i testi segnati dall'inquietudine sono lo specchio della sua generazione: «Se non fossi cantante», confessa, «avrei fatto il poliziotto». Invece è stata subito ingaggiata da Ralph Lauren come testimonial generazionale. E il suo singolo, "Complicated", è ai primi posti della hit parade italiana.
Quanto a Pink, anche lei non scherza. Il suo secondo album, "Missundaztood", è al top delle classifiche in mezza Europa. Fra le ultime epigoni di Madonna Pink è quella che meglio ha sintetizzato attitudine punk e senso imprenditoriale. Vedere per credere il merchandising del suo incredibile sito (www. Pink.com).
|