Un corso di letteratura gay all’Università Tor Vergata di Roma. Per scoprire, oltre le censure, il disagio e la repressione, la rivendicazione di una identità sessuale fondata sulla diversità
colloquio con Francesco Gnerre - di Daniele Scalise (gaywatch@espressoedit.it)
L’omosessualità entra negli atenei italiani come materia di studio. E lo fa grazie alla voce autorevole, colta e raffinata di Francesco Gnerre, già professore e autore di un testo fondamentale per la conoscenza della letteratura gay, “L’eroe negato” (Baldini e Castoldi), dove si percorre con mano sicura un itinerario pressoché sconosciuto: come ha preso forma e da quali autori è stata rappresentata la letteratura omosessuale nel 1900 in Italia. Chiamato a tenere un corso universitario proprio su questo argomento, Gnerre è forse il primo a far entrare nel curriculum degli studenti una materia ignorata quando non derisa e vilipesa.
Come e da chi è nata l’iniziativa di aprire un corso di letteratura omosessuale in un’università italiana?
«L’iniziativa di un corso sul tema “omosessualità e letteratura” è partita da Raul Mordenti, titolare della cattedra di Critica letteraria e teoria della letteratura all’Università di Roma Tor Vergata. Mordenti è interessato agli aspetti meno frequentati della letteratura, dai cosiddetti “libri di famiglia” (“I libri di famiglia in Italia”, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1985-2001) fino alla svolta epocale informatica che modifica anche i modi di produzione, trasmissione, selezione e fruizione dei testi (“Informatica e critica dei testi”, Bulzoni, Roma, 2001). Mi pare che sia dunque attento alle nuove istanze della critica dei Cultural Studies e a tutte le riletture della tradizione dal punto di vista di chi per secoli non ha avuto “la parola”, quella che Walter Benjamin chiama la “tradizione degli oppressi”. Mordenti, dopo aver letto il mio “Eroe negato”, mi ha chiesto se fossi stato interessato a tenere un seminario su questo tema. Avuta la mia disponibilità ha proposto al Consiglio di Facoltà di Lettere un contratto integrativo per poter svolgere un corso sul tema della diversità sessuale in letteratura e la Facoltà di Lettere di Tor Vergata lo ha approvato all’unanimità. Considerando le ipocrisie e i silenzi che hanno sempre circondato il tema dell’omosessualità nelle nostre Università, mi pare un buon segnale».
Qual è il programma che segue e l’idea che lo sostiene?
«Quando si parla di studi gay si pensa immediatamente alla cultura anglosassone e alle Università americane, dove sono fiorenti studi di questo genere. Io in realtà conosco poco la cultura anglosassone e ho una formazione tutta europea e di tipo sociologico (sono stato allievo di Graziella Pagliano che ha introdotto in Italia la sociologia della letteratura). Il mio intento (ed è una cosa che perseguo fin dagli anni Settanta) è rileggere, dal punto di vista omosessuale, la nostra letteratura, caratterizzata su questo tema da tante censure e autocensure, e scoprire nei testi letterari del passato (anche recente) sia le espressioni di disagio della condizione omosessuale, sia, quando ci sono, forme di rivendicazione di una identità sessuale fondata sulla diversità e sulla differenza, e ancora, vedere fino a che punto la repressione antiomosessuale trova un rispecchiamento nella letteratura (a volte anche in quella prodotta da omosessuali che hanno interiorizzato paure e sensi di colpa) e quando invece questa riesce a destrutturare i luoghi comuni e a porsi in modo per lo meno problematico, se non liberatorio, rispetto ai modelli imposti.
Il corso che tengo a Tor Vergata parte dalla “Dialettica dell’illuminismo” di Horkeimer e Adorno e dalla lettura che ne ha fatto Hans Mayer in “I diversi” (Garzanti, Milano 1977), mi servo anche di George L. Mosse, in particolare di un suo testo molto importante sullo stereotipo maschile nell’epoca moderna, “L’immagine dell’uomo” (Einaudi, Torino 1997) e poi, ovviamente, per l’Italia, del mio libro “L’eroe negato”. La mia intenzione è dare un quadro generale del problema in Europa, a partire dal fallimento dell’illuminismo, mettendo in evidenza le peculiarità della rappresentazione dell’omosessualità nei singoli paesi, per soffermarmi poi sugli scrittori italiani della prima parte del Novecento. Gli autori che mi propongo di leggere quest’anno con gli studenti sono in particolare Aldo Palazzeschi, Umberto Saba, Carlo Emilio Gadda e Mario Soldati».
Chi frequenta il suo corso? Ci sono solo gay o anche studenti eterosessuali ed eterogenei?
«Il corso è frequentato da studenti di lettere, in prevalenza donne, che sull’argomento sanno poco, e che comunque vedo molto attenti. Quello che a me interessa è che tutti, a prescindere dall’orientamento sessuale, che ovviamente non conosco, colgano l’importanza di questo tema e l’esigenza di far emergere tutta una cultura rimossa, spesso circondata ancora da un alone di peccato e di mistero e che ci si renda conto che privilegiare questo aspetto della letteratura, fino ad ora ignorato, significa scoprire nei testi risonanze di straordinaria novità. E credo che il corso sia particolarmente interessante per gli studenti eterosessuali che si confrontano con aspetti della sessualità ignorati o conosciuti solo attraverso pregiudizi e stereotipi».
Crede davvero che la conoscenza aiuti a vincere il pregiudizio?
«Sì, sono ancora caparbiamente convinto che solo con la conoscenza si possono sconfiggere i pregiudizi. All’inizio del corso sono stato contattato da alcune studentesse di un liceo di Velletri che stanno facendo una ricerca sull’omosessualità da portare all’esame di maturità che coinvolge tutte le discipline. Mi hanno detto che hanno incontrato qualche resistenza da parte di alcuni insegnanti, ma pare che alla fine siano riuscite a portare avanti questa loro iniziativa. Anche questo mi pare un segno importante e quando ci lamentiamo che le nuove generazioni sono poco interessate alla cultura, dovremmo forse chiederci a quale cultura sono poco interessate, e provare ad andare incontro alle loro curiosità e al loro bisogno di conoscenza di tutti gli aspetti della realtà, senza ipocrisie e allusioni più o meno pruriginose. Insieme ad una loro insegnante, attenta e sensibile alle richieste degli studenti, ora stanno seguendo il mio corso e ne sono entusiaste. Il corso è seguito anche da alcuni gay, ovviamente, ma si tratta per lo più di studenti di altri corsi o di persone esterne all’università. Il corso è comunque aperto e ogni nuovo studente è ben accetto».
Che reazioni ci sono state (se ce ne sono state) nel mondo accademico?
«Nessuna reazione di rilievo dal mondo accademico, finora solo qualche dimostrazione di apprezzamento e interesse. Ma Mordenti mi dice che si fa strada a Tor Vergata (che è un’Università dell’estrema periferia di Roma) l’idea di assumere proprio questa marginalità come un valore, cioè come l’occasione per indagare grandi temi trascurati, ignorati, marginalizzati appunto. A parte qualche eccezione (c’è sempre qualcuno irrecuperabile), io non credo ci sia una particolare ostilità nei confronti del tema dell’omosessualità, piuttosto disagio e imbarazzo. Forse nel mondo accademico può serpeggiare l’idea che si tratti di un argomento stravagante, bizzarro e in ultima istanza poco interessante, ma se lo si affronta con serietà, anche questo pregiudizio può essere debellato».
A che punto è la letteratura gay italiana?
«A differenza del cinema, dove a parte Ferzan Ozpetek (che è italiano di adozione), non c’è ancora a mio avviso un regista italiano che abbia saputo rappresentare la nuova realtà dell’omosessualità, l’uscita dalla clandestinità, il coming out e l’aspirazione ad una normalità per secoli negata, la letteratura di argomento gay credo goda di buona salute. In genere gli scrittori non si vergognano più di essere sospettati di omosessualità e rappresentano situazioni, rapporti, realtà che allargano, anche al di là del tema specifico dell’omosessualità, la gamma di possibilità dell’eros con cui il lettore si confronta. Sarebbe difficile qui fare un panorama di questa nuova letteratura, ma a me pare che da Pier Vittorio Tondelli in poi, ci siano state cose molto interessanti. Solo qualche nome: a parte, ovviamente, Aldo Busi, penso a Gilberto Severini, Mario Fortunato, Walter Siti, Gianni Farinetti, Alessandro Golinelli, Marco Lanzòl, Tommaso Giartosio, Matteo B. Bianchi, Marco Mancassola, Omar Ciercherini, Andrea Demarchi, tutti scrittori che, ognuno con un suo stile e una sua peculiarità, producono buona letteratura e che sull’omosessualità dicono cose decisamente nuove, non più legate al tema della clandestinità e della paura. Certo molti degli antichi tabù e molte resistenze esistono ancora, ma si tratta ormai di frange minoritarie, storicamente e culturalmente superate».
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