Ne arriva una ogni tanto, di bionda ex sovietica. Escono rapide senza guardarsi intorno. Conoscono il terreno. Pantaloni scampanati su coturni da tragedia greca, ombelico a vista, anellini e bracciali, hanno solo bagaglio a mano. Puntano i taxi che cuociono al sole, 41 gradi oggi, un sabato di fine maggio alle 3 del pomeriggio. Una, più alta della media, mêches ramate, T-shirt Versace, è attesa da un ragazzo arabo al volante di una Chevrolet amaranto, e sparisce dietro i vetri neri. Da dove vengono? Che ci fanno all’aeroporto di Dubai, terminal B, quello dei voli regionali? Qui gli europei sono rari. Da Kabul sono appena atterrate una manciata di donne inglesi e australiane dai visi scottati, zaini enormi, scarpe da trekking: sono turiste progressiste e operatrici umanitarie.
Le russe svolgono aiuto umanitario d’altro genere. Loro rientrano da Kish, in Iran. Ci sono sei voli al giorno da Kish, più che da Francoforte, Zurigo, Mosca. È un’isola corallina a dieci miglia dalla costa, zona di libero scambio creata dal governo iraniano nel 1989 per intercettare valuta pregiata. Un’oasi di laissez-faire all’interno di un regime teocratico. La visitano un milione di turisti l’anno, in gran parte iraniani. Da Dubai le prostitute russe ci vanno per rinnovare il visto d’ingresso, ci dormono una notte e l’indomani tornano nella sfavillante città degli Emirati. Facile come un gioco. Tipico di questa metropoli esosa, pacchiana, americanizzante, la vetrina dell’islamismo liberale dove non circola un pedone, solo un flusso ininterrotto di taxi, fuoristrada, macchinone su strade a quattro corsie, una Los Angeles neoricca tra le sabbie. Dubai è il modello del capitalismo post petrolifero dove per tutto, anche per l’industria del sesso, vige il motto del principe ereditario Mohamed bin Rashed al Maktum: «What’s good for business is good for Dubai».
Se c’è traffico di ragazze russe tra Dubai e un’isola dell’Iran, nazione dove ti tagliano le mani per un niente, come stupirsi che ci abbia provato da Milano anche Marco Nerozzi, il bolognese campione di squash arrestato il 21 maggio, nel corso dell’indagine che vede implicata la valletta tv Michela Bruni? A lui è andata male, ma sotto le tuniche candide degli sceicchi si cela, insaziato, il desiderio. Gli sceicchi sono bestie maschie, se la sanno spassare non meno di un direttore vendite anglicano, e non smetteranno ora. Perché le calde notti di Dubai sono parte di un sistema, e gli arabi, inventori dell’algebra, i sistemi li sanno gestire.
È l’una di notte al Cyclone, languori sudamericani si alternano alla techno. Fiumi di Budweiser, occhi febbrili di giovani arabi, manager indiani senza cravatta, britannici rubizzi che tracannano. Alina ha 27 anni, occhi verdi, è piccola e snella, fasciata in pantaloni bianchi aderenti. Ancheggia davanti al banco centrale del Cyclone. È un night club in posizione appartata, dietro l’American Hospital, nel quartiere di Bur Dubai, riva sinistra del Creek, il braccio di mare che divide la città. Parcheggio, taxi, security. È il posto dove, se un uomo, arabo o cristiano, cerca una donna, la sceglie e la porta via. Basta avere prudenza e decenza. La Shariah police non si vede, ma sulla carta c’è e sorveglia. Alina è di Kiev. «Il visto dura 30 giorni, basta l’invito di uno sponsor, un residente a Dubai che garantisce per te. Per rinnovarlo vai a Kish, o a Muscat in Oman, o nel Bahrein, o nel Turkmenistan. Pernotti, ottieni il visto nuovo e rientri». Alina chiede 300 dirham, un centinaio di euro per un’ora in albergo. Si sale a mille dirham per la notte. Un habitué scozzese, dirigente di una multinazionale, avverte: «Sconsiglio la notte, non vale la pena. Dopo la prima botta sono stanche, o ubriache, o gli viene il mal di testa. Tu hai già pagato e loro ti tirano il pacco».
Il Cyclone è esemplare per il sistema Dubai. All’una e mezza contiamo 110 ragazze tra le due parti del locale: un’area piccola è occupata da un pub all’inglese, legni scuri, tavolini, teleschermi al soffitto; il resto da una disco hi-tech con due bar in acciaio e vetro. Sopra la pista, due megaschermi proiettano una gara di golf, poi una partita di rugby. Qui e là, sorveglianti in camicia azzurra. La fauna si mischia come un cocktail di due ingredienti: russe ed ex sovietiche; cinesi e thailandesi. Le russe parlano un inglese discreto, le cinesi pessimo. «We go, we go», ripete Lun Ji, «make love with Chinese girl». E non sa dir altro tranne i prezzi per il «one shot» e «for the night». Le thailandesi, poi: incomprensibili. Sono qui da poco, sono la new wave, e con loro i ristoranti thai, tra i migliori della città. A pranzo al Blue Elephant, il ristorante dell’hotel Al Bustan, però, venerdì quell’europeo aveva invitato una dea africana, chissà di dov’era...
Questa è la fascia media del mercato. La stessa che abbiamo verificato in certi bar dei grandi alberghi. Allo Jules del Meridien Village, proprietà del gruppo Forte, è facile conoscere ragazze filippine. Un po’ sono all’interno, a cantare il karaoke, un po’ fuori sotto i gazebo e le stelle. I filippini sono una forte comunità d’immigrati. Molte ragazze di giorno sgobbano negli uffici, la sera arrotondano senza dar troppo nell’occhio. «Con loro», avverte un turista tedesco di Dortmund, «è facile sbagliarsi: non sono mai vestite provocanti, e non capisci se stanno lavorando o no».
Poi c’è la fascia medio-alta. È quella che l’uomo d’affari può incrociare, muovendosi con accortezza dopo le 23, a certi indirizzi che non è difficile sapere. Come il Premiere. È un night club cui si accede dall’ingresso dell’hotel Hyatt Regency, nel quartiere centrale di Deira, sul lungomare. Una porta nera sorvegliata da buttafuori, tra il ristorante giapponese, il bar Hibiki e la pista di pattinaggio (esatto, la pista di pattinaggio della Hyatt Galleria, dalla climatizzazione siberiana). Il Premiere chiude alle tre di notte, come tutti i club, si entra con 50 dirham, 15 euro. L’ambiente è una scatola nera con impalcature in acciaio e file di lucine rosse. Sabato sera, a mezzanotte, c’erano 90 ragazze. Cinesi e thailandesi, di nuovo, e l’altra metà dell’Est europeo. Ma il livello è più alto, di parecchie russe e asiatiche la distanza è sfumata tra modella e puttana. Lucy viene da Canton, ha un body maculato da leopardessa delle nevi. Parla un discreto inglese, chiede «Would you like a Chinese massage?». È a Dubai da due anni. «Molte ragazze povere con i clienti mantengono tutta la famiglia in Cina». La pubblicità della banca Western Union, trasferimenti intercontinentali, in città è a ogni angolo di strada. Lucy recita una serie di nomi: e Chanel e Armani, e Dolce & Gabbana, e Vuitton e Jack Daniel’s. I giapponesi, dice, danno ordini, gli inglesi bevono, i tedeschi sono avari, «mai uno che mi offra uno champagne». E gli arabi? «Molto gentili, molto gentili con noi». Sul grande schermo appaiono inviti perentori («Feel funky!») e dediche pulp: «A warm welcome to the Kuwait Airways crew!», un caldo benvenuto all’equipaggio. Devono essere ospiti fissi. Al bar si volta un trentenne arabo in blazer dall’aria nervosa, il drink in mano: «Italiano? Io vengo da Betlemme, Terra Santa». E batte il ritmo su Alanis Morissette. Fuori dal locale, uomini in tunica bianca, cellulare all’orecchio. A notte fonda sul piazzale dello Hyatt sfilano una dozzina di donne in nero, eleganti, il capo velato, a pochi metri le russe montano sui taxi.
Il terzo livello è coperto. Non si vede, non si dice. Il traffico di modelle, starlet, accompagnatrici gestito direttamente dagli sceicchi, famiglia reale compresa. «In sei anni che sono qui», racconta uno dei più noti giornalisti inglesi a Dubai, «non ho mai ricevuto un invito a una delle loro feste». Questo è il livello che non testimonia nessuno perché interferisce con la struttura di potere, e su certe cose, anche nel Paese più tollerante del Golfo, il silenzio è regola. Che il principe ereditario Mohamed apprezzi le ragazze russe, anche quelle triangolate da Milano, come pare, non deve stupire. Gli sceicchi di Dubai sono clienti delle più esclusive escort agencies di Londra. Invitano donne dal Marocco (tre voli al giorno da Casablanca), dalla Turchia. Sono ghiotti di etiopi, per la loro eleganza. Pescano, si dice, tra il personale di volo di Gulf Air e Emirates. E certo non sdegnano le europee.
Domenica sera. Terrazza del bar Carter’s, nel centro Pyramids, un folle complesso di shopping center, ristoranti e club che parrebbe una quinta hollywoodiana su Sfingi & Faraoni se i materiali non fossero marmi, graniti, ottoni, stucchi, dorature (Dubai è il paradiso del piastrellista). Tre quarti delle donne è inglese e, attenzione, non sono prostitute. Sono ragazze residenti a Dubai, o di passaggio, che si divertono. È diverso. Carter’s è un locale trendy degli espatriati britannici, che sono 40 mila (i tedeschi 8 mila, gli italiani appena 800). Il proprietario di Pyramids è lo sceicco Mana, imparentato con l’emiro. Molti alberghi a cinque stelle sono gestiti da catene multinazionali, ma la proprietà è loro. Gli sceicchi hanno i terreni, i capitali, crescenti competenze tecnologiche. A Dubai si costruisce una torre per uffici in sei mesi, negli ultimi anni sono esplosi shopping center e designer hotel. Le spettacolari Emirates Towers con i loro 51 piani, il pretenzioso Jumeirah Beach a forma di vela, il delirante Burj Al Arab, seven star hotel sull’isola artificiale con i colori cangianti, il gasatissimo futuro quartiere cablato Dubai Marina. Che sarà mai un traffico di ragazze, in una città in pieno boom neoliberista che è da dieci anni lo snodo per l’esportazione del petrolio dall’Irak alla faccia dell’embargo? Un dettaglio.
Gli sceicchi mandano le limousine Cadillac all’aeroporto. Ricevono nelle loro ville sontuose nei quartieri chic di Jumeirah e Umm Suqeim. Organizzano party sui loro yacht al largo (molto al largo) dell’International Marine Club. Famiglia regnante, annessi e connessi occupano palazzi e residenze in una zona non accessibile immersa nel verde di Za’abeel, sotto l’arteria delle megatorri, la Sheikh Zayed Road (dal nome del capo dello Stato, lo sceicco Zayed bin Sultan al Nahayan, al potere del 1971).
Due estati fa, nel 2000, il governo degli Emirati impose un blocco improvviso ai visti dalla Russia e dalla Csi. Il racket russo s’era allargato troppo, come aveva già fatto intorno al 1995. I servizi riservati se ne occuparono. Intimidazioni. Espulsioni. Ragazze trovate decapitate sulle spiagge. Il tutto senza traccia sui giornali né in tv, nemmeno su “Gulf News”, il grande quotidiano in lingua inglese. Poi la seconda fase, la ricerca di un nuovo mercato. E l’apparato riservato si è rivolto alla Cina e alla Thailandia. Presto la mafia russa ha perduto ogni controllo, che è tornato in mano araba. Adesso, a Dubai, i russi non vengono più come macrò. Vengono in vacanza, a spender soldi, che finiscono agli emiri. Et voilà.
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