Nell'Uomo che ride, Victor Hugo narra di un irlandese che come lavoro fa lo «stappatore delle bottiglie dell'oceano», quelle portate a terra dai flutti con un messaggio. Ma la realtà supera la letteratura. Un torinese si è inventato un lavoro ancor più improbabile: farsi tamponare in auto dalle donne.
Si chiama Andrea Cabiale, ha 40 anni ed è agli arresti domiciliari. Secondo la polizia, al suo attivo ha un migliaio di incidenti. In tutti recita la parte del danneggiato. Un lavoro redditizio il suo: grazie ai rimborsi dei danni provocati dalle tamponatrici, Cabiale, che svolgeva quest'attività su scala nazionale da una decina d'anni, s'era comprato casa a Cannes e girava sempre su vistosi macchinoni. Redditizio ma anche piacevole: gli incidenti erano un'occasione per incontri ravvicinati con ragazze attraenti. Che prima venivano danneggiate, poi abbordate.
Dopo essersi fatto tamponare, con la scusa di raccogliere prove del danno subito, Cabiale tirava fuori la macchina fotografica. E nel mirino, oltre ai paraurti, finivano scollature, calze autoreggenti, spacchi... Terminato il lavoro di archiviazione (nella sua casa di Torino sono state trovate 2.159 foto di auto con le rispettive proprietarie), Cabiale passava alla riscossione.
Poiché sceglieva sempre vittime alla guida di auto piccole, i danni alle sue vetture (tutte molto solide) erano minimi. Ecco allora la proposta di evitare il Cid, la constatazione amichevole. «Arrangiamoci fra di noi» diceva suadente. «Se paghi tu la riparazione, non ti peggiora la classe dell'assicurazione». La maggior parte delle malcapitate ci cascava. Per evitare l'aumento della polizza, ma soprattutto l'ira dei mariti. Peccato che, se per Cabiale i danni erano poca roba (dalle 300 alle 500 mila lire), per le sventurate guidatrici di utilitarie erano sberle da parecchi milioni. Tanto che qualcuna ha dovuto rinunciare alle ferie.
Di pari passo con la richiesta di risarcimento, partiva un serrato corteggiamento, direttamente proporzionale all'avvenenza della tamponatrice. Ne sa qualcosa Patrizia Caiero, 28 anni, una brunetta finita nelle sue grinfie il 16 giugno 2001. «Ero alla guida della mia Ford Ka sulla corsia di destra di corso Peschiera a Torino» racconta. «Una Chrysler Voyager mi ha tagliato la strada e ha inchiodato. È sceso uno con l'aria del bravo ragazzo. Era Cabiale. Io ero frastornata, lui invece era tutto arzillo. Non ha voluto fare la constatazione amichevole perché doveva andare a una festa, ma ha trovato il tempo per fare delle foto. Io comunque ho sporto denuncia all'assicurazione. Lì è cominciata una tortura. Mi chiamava 6-7 volte al giorno. Cominciava con l'auto, poi passava a domande personali». Oltre al danno, la beffa: «È finita quando l'hanno liquidato. Io gli avevo fatto un graffio, ma dalle foto che ha presentato pareva l'avesse investito un camion. Risultato: l'assicurazione gli ha dato 8 milioni di lire». Un giro d'affari stroncato dall'ispettore Maurizio Muscarello della squadra giudiziaria della polizia ferroviaria di Torino. Galeotta è stata M.B., 22 anni, una studentessa che a febbraio ha fatto un incidente «con un tipo un po' strano che non voleva fare il Cid». Insospettita, lo ha segnalato a Muscarello, che è entrato in azione. Durante la perquisizione della macchina di Cabiale, sono saltati fuori un centinaio di foglietti con nomi di donne, numeri di telefono e targhe. Da lì sono partite le indagini che, il 18 maggio scorso, hanno portato al suo arresto. Le imputazioni? Violenza, danneggiamento, truffa e lesioni.
La polizia ritiene che, oltre ai 500 casi già accertati, ci siano molte altre vittime da identificare. Per questo i poliziotti hanno istituito un numero telefonico (0116507216) dove poter segnalare altre truffe.
|