Per un 30, magari anche un 26, all’esame di Diritto commerciale, come la processione di studentesse filmate nello studio di Ezio Capizzano, docente (ex, ormai) all’Università di Camerino. Per il biglietto di un concerto di Madonna, come i 90 ragazzi che hanno accettato lo scambio offerto dal sito Themal, a riprova del fatto che il sesso è considerato denaro contante dai giovani maschi non meno che dalle giovani donne. Per sudditanza psicologica verso chi offre un’occasione d’impiego, uno straccio di posto di lavoro, un piccolo avanzamento di carriera. E chi pensa solo al padroncino d’azienda o al sofà del produttore si legga sul “National Catholic Reporter” i destini delle giovani suore studentesse a Roma e missionarie in Africa, economicamente dipendenti da preti che talora richiedono in cambio prestazioni sessuali. Per il libero azzardo di giocare un potere contro l’altro, quello del corpo e quello dell’istituzione, veri o presunti che siano entrambi, scommettendo sulla labilità e ambiguità del confine tra esercitarlo e subirlo, il potere.
Non è che servono sempre motivazioni razionalmente rigorose ancorché moralmente discutibili: basta un filo d’ignavia, un eccesso di nonchalance, un lieve intorpidimento dell’attenzione di sé, un normale prendere le distanze da singoli atti compiuti come se non riguardassero l’insieme della persona che li compie: «Oh insomma, puoi far sesso anche senza pensare di mettere in gioco tutta te stessa, e se farlo ti porta vantaggio, perché no?» (Gioia, anni 23, Psicologia a Roma). Dipende da che cosa uno considera non trattabile, e non è detto che il sesso sia ai primi posti: «Le donne pagano bene un deejay per una serata in discoteca, e certo un po’ di feeling bisogna crearlo. Ma vado fiero di non essere mai sceso a compromessi sul tipo di musica che faccio» (Massimiliano, 29 anni). Si gioca su un personalissimo bilanciamento di costi e profitti: «Solo se l’assistente non è troppo anziano e se non si spinge troppo oltre» (Tiziana, 23, Giurisprudenza), «Magari per l’esame di Analisi matematica o Scienza delle costruzioni, ma solo se fossi in un periodo di particolare fragilità» (Monica, 24, Architettura). «Certo, ho flirtato con un insegnante, sennò un’altra ragazza mi rubava spazio sulla scena!» (Donatella, 23, studia teatro a Roma).
Difficile, però, e anche un po’ strampalato, sostenere che l’attuale generazione di ventenni sia più di altre disposta ai compromessi sessuali e non, incline ai mercanteggiamenti del corpo e dell’anima, con una ridotta vocazione a fissare dei limiti alle puntate da gettare sul tavolo verde dell’ultimo esame o del primo impiego. Certo è invece che il pacchetto di suggestioni e riferimenti, stimoli, consigli e moniti propinati ex cathedra dai dottoroni del new management rappresentano la più potente legittimazione di un uso spregiudicato di sé a fini pratici, secondo una logica di compromessi non solo accettabili ma richiesti dal mercato. E che le nuove configurazioni dei poteri, fluidi e instabili, creano tutte le occasioni e le condizioni perché ciò avvenga. Per dirla con Cristina, ventitreenne bocconiana dagli occhi irridenti: «Ma se ce l’avete insegnato voi! Ora vi mettete anche a farci la morale?».
Che cosa ci spiega, inoppugnabilmente, l’“economia dell’attenzione” di Michael Goldhaber, mostro sacro del Center for Technology and Democracy di San Francisco? Che è molto più conveniente regalare un computer che venderlo, e poi lucrare sul software. O un cellulare, e poi guadagnare sul traffico. O un collegamento Internet, e poi incassare sui banner pubblicitari. Perché le risorse digitali sono quasi illimitate, le ore del giorno restano 24, l’unica merce rara e preziosa è l’attenzione delle persone. Per catturarla, ribalta le vecchie scale di valore e dai gratis ciò che prima cedevi a caro prezzo, l’utilità verrà altrimenti, seguirà come i vettovagliamenti nell’esercito di Napoleone. Il sesso è merce rara? Non più. L’attenzione sì, nell’università di massa come in un mercato del lavoro flessibile e segnato dall’incertezza. Glielo insegnano sui banchi di Economia aziendale assieme alle equazioni sull’utilità marginale. Ci stupiamo se poi lo prendono alla lettera nell’equazione più difficile che devono risolvere a vent’anni, con un’infinità di incognite, quella di costruire la loro relazione col mondo? Detto da Barbara, 23 anni, Giurisprudenza a Roma: «Io non lo faccio ma così resto in ombra. Invidio le cattive ragazze, loro andranno avanti, lo so…».
E che cosa prescrive l’adagio di tutti i manuali di management à la page? «Più che oggetti, le fabbriche di domani venderanno la gratificazione del cliente». Seguono, a cascata, i corollari: è finita la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita, ciò che fa la differenza non è il prodotto ma la relazione con il cliente, in un lavoro il cui principale fattore direttamente produttivo è la comunicazione devi mettere all’opera tutte le tue qualità ieri considerate private e come tali salvaguardate, seduzione e affetti compresi. Onestamente: serve altro per passare ai fatti? Detto da Marco, 24 anni, che studia da operatore cinematografico e sesso no ma un mare di piccoli e non dovuti servizi al capo sì: «Anche questa è una scuola, in fondo». Suona quasi fuori tempo il racconto della bionda bella Lucrezia, anni 22, italianista a Roma, impacciata e vergognosa «la volta che l’assistente di Bibliografia, dopo un sms di “in bocca al lupo” per l’esame, mi chiamò nella sua stanza alle otto di sera, e non per parlare di Bibliografia». Ma un tale episodio, e i cento consimili che capitano negli atenei, costringono a ragionare sull’altro aspetto del compromesso sessuale: quello dell’istituzione, dell’autorità. La storiaccia del professore di Camerino è l’esercizio di un potere ben definito per posizione (presidente del consiglio di laurea) e per età (67 anni). Ma la norma è un’altra. È quella in cui s’è imbattuta Paola, anni 24 a Torino, con un docente aperto e disponibile con gli studenti soprattutto femmine, accompagnato ufficialmente da una fidanzata sua allieva, circondato da una piccola corte di fanciulle, tipo curioso del mondo e amante dei viaggi di studio: «Gli dissi che volevo fare con lui la tesi sul nuovo teatro in Croazia, mi rispose: “Fantastico, ci andiamo insieme”. Cambiai tesi».
Capito il punto? Sesso e potere è storia vecchia, come insegna Tito Livio. Ma se qualcosa è cambiato non è tanto il sesso (qui si va a fasi alterne, libertà e divieto, ostentazione e repressione) quanto il potere. La sua microfisica, i suoi connotati, le sue modalità operative. Democratico, affabile, costruito sul consenso, un tal potere riesce a presentare come opzioni lecite al pari di altre, e pubblicamente esibite, quelle medesime richieste di sesso che se venissero da un potere distante sarebbero vissute come pura sopraffazione. Spiegato da Francesco Morace, che con il Future Concept Lab di Milano individua per le aziende tendenze e comportamenti, «perso l’aspetto piramidale della gerarchia, tutti gli scambi diventano possibili come singole mosse di un gioco, come i diversi livelli di un videogame, chiuso uno si passa a un altro avendo acquisito punti e competenze tecniche».
È la fluidità di un simile potere che ti frega. La credibile illusione di poterci giocare. L’incerta fascinazione di una tale guerriglia: per i maschi, che gongolano in maggioranza all’idea di ricevere una proposta indecente da una docente, come per molte ragazze. «Lui è uno che ha peso, io sono una che tutti vorrebbero. In fondo è un gioco alla pari, no?» Il trucco c’è, forse si vede anche, ma perché guardarci dentro?
di Roberto Di Caro
hanno collaborato David Perluigi e Anna Tagliacarne
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