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'CHUTNEY POPCORN': IL CINEMA GAY ESCE DAL GHETTO

Il cinema gay ha ormai raggiunto una dimensione universale che permette di farlo uscire da una rigida classificazione di genere. Può darsi che non sempre sia così ma, ad esempio, nel caso di Chutney Popcorn della regista di origine indiana Nisha Ganatra, si può parlare a pieno titolo di una commedia sentimentale che ha per protagoniste un gruppo di lesbiche. Questa premessa non vuole in nessun modo sminuire il tema cinematografico che ha per oggetto il mondo dei gay, al contrario vuole esaltarne i contenuti non più di nicchia o di tendenza, per così dire.

Sono passati parecchi anni da quando il cinema gay faceva parte di un ristretto ambito culturale, con i propri festival. Oggi, quelle manifestazioni continuano giustamente ad esserci perché i tabù e le forze reazionarie debbono comunque essere contrastate con iniziative forti, ma è anche vero che molti film sono ormai protagonisti abituali nelle rassegne cinematografiche più importanti. Chutney Popcorn è stato proiettato alla Berlinale del 2000, oltre ad aver conseguito i riconoscimenti come miglior lungometraggio al San Francisco Lesbian & Gay Film Festival 1999 e al Los Angeles Outfest Film Festival, e il premio del pubblico al Festival gay e lesbico di Milano 2001.

Ad avvalorare la tesi di un cinema gay dalla dimensione più universale c'è anche il curriculum della Ganatra. La regista americana ha frequentato la NYU, ed appreso la lezione cinematografica di autori del calibro di Spike Lee, Martin Scorsese, e Barbara Kopple. E, in effetti, in questo suo primo lungometraggio si possono notare le influenze di questi celebri maestri.

Chutney Popcorn è una divertente commedia sentimentale che non si limita a mettere in discussione l'idea convenzionale della famiglia fondata su una relazione rigidamente eterosessuale, ma tratta anche il complesso e contrastato rapporto tra chi non rinuncia alle proprie tradizioni culturali e chi, invece, facendo parte di una nuova generazione, cerca di emanciparsi dai costumi della Patria d'origine.

Nisha Ganatra, che nell'occasione è anche l'attrice protagonista del suo film, mette in scena le vicende paradossali di una famiglia indiana trapiantata a New York. C'è soprattutto Reena, Nisha Ganatra per l'appunto, una fotografa lesbica, fidanzata con Lisa. Il suo modo di essere, destabilizza il mondo statico della mamma tradizionalista. Detto in questo modo, però, potremmo dedurre che la regista si sia voluta limitare a mettere di fronte due mondi contrapposti: madre-figlia, anziana-giovane, etero-gay. Al contrario, la caratterizzazione dei personaggi, compreso quello della madre, dà al film un ritmo piuttosto dinamico. Non abbiamo a che fare con personalità monolitiche e stereotipate. Ogni personaggio reagisce agli avvenimenti ed è soggetto a cambiamenti interiori, talvolta anche radicali.

La madre, ad esempio, sarebbe un'inguaribile tradizionalista, se non fosse anche una donna decisamente svampita. Proprio questo suo essere leggera le permette di essere duttile e di adeguarsi agli eventi, cercando sì di fare rispettare le usanze, ma in un modo che non può più definirsi autenticamente tradizionale. Chi forse si dimostra più rigida è Sarita, la sorella di Reena, la quale cerca di seguire le usanze indiane e che, soprattutto, si identifica perfettamente nel ruolo della sposa che vuole avere tanti figli. Tuttavia, proprio l'impossibilità di realizzare quest'ultimo desiderio finisce con il rovesciare completamente la situazione.

Sarita non può avere figli e da ciò ne consegue una crisi familiare che porterà Reena a prendere la più sorprendente delle decisioni: ospitare nel suo utero il seme del cognato. Questa decisione inaspettata e poi la cocciutaggine di Reena nel portare avanti la sua idea, crea una serie di effetti su ogni personaggio. Il cognato, che in precedenza vedeva Reena con scetticismo e commentava le sue abitudini con sarcasmo, diventa l'unico a sostenere la ragazza nel suo tentativo; di contro, Sarita ha una crisi di identità oltre a un quasi comprensibile attacco di gelosia che la porterà a non voler più il bambino concepito dalla sorella. La fidanzata, Lisa, invece si comporta come tanti uomini che non vogliono prendersi certe responsabilità. Insomma, tutto si rimescola e nuovi interrogativi esistenziali iniziano ad affliggere ogni personaggio.

A questo punto, è proprio la madre, ossia il personaggio in teoria più tradizionalista, che riesce a ricomporre i pezzi di un mosaico che stava andando in frantumi. E non è un caso, perché è lei che aveva già dovuto abituarsi all'idea che niente è stabile, essendo stata costretta a crescere le figlie da sola e avendo dovuto abbandonare l'India per emigrare in America. In un certo senso, la morale di questa storia è piuttosto semplice ma efficace: sono le esperienze che di volta in volta facciamo, e non i modelli di vita, a farci comprendere il mondo. E anche l'amore non sfugge a questa massima

Kataweb    

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